
NEW YORK, Usa -- Il prezzo dei cereali sta salendo vertiginosamente in alcuni degli stati più poveri del mondo. L'allarme lanciato dalla Fao, l'organizzazione alimentare dell'Onu, denuncia addirittura che in 36 Paesi dell'Africa, dell'Asia e dell'America Latina, rischiano di scoppiare guerre civili. In queste nazioni il prezzo di mais, grano e riso è raddoppiato scatenando pesanti rivolte.
Alcuni Stati che pensavano di aver sconfitto una volta per tutte il dramma della fame rischiano pericolosamente di regredire alla condizione di qualche decina di anni fa. Questo perchè il prezzo dei cereali è aumentato e gli abitanti di questi Paesi spendono più della metà del proprio reddito per il cibo.
Situazioni al limite degli scontri si sono già verificate nelle Filippine, dove a fronte di una crisi alimentare gravissima, il governo minaccia di condannare all'ergastolo chi si prende il riso per poi rivenderlo a prezzi maggiorati. In altri casi le rivolte sono già esplose. E' accaduto ad Haiti e in Kenia: i governi hanno risposto con misure di polizia e il blocco dell'export, cosa che sta avendo gravi conseguenze sul commercio internazionale.
Anche Cina e Vietnam, tra i più grandi produttori di riso, si sono mossi e hanno deciso di limitare le vendite all'estero, mentre la Russia ha bloccato per 60 giorni l'export di grano. Iniziative simili sono state adottate anche dall'Argentina. Insomma, un fenomeno in cerscita che rischia di avere pesanti ripercussioni in tutto il mondo.
La fame nel mondo era un problema che andava via via riducendosi col passare degli anni (dal 1990 al 2005 il numero delle persone che soffrono la fame è calato di ben 278 milioni). In più finora è prevalsa la convinzione che la fame fosse una conseguenza non della scarsità di cibo ma dell'incapacità di distribuirlo nel modo giusto, aiutando i poveri. Ma oggi questa convinzione sembra non sia più così tanto forte.
Le riserve di grano e riso in India sono decimate. Tra qualche settimana, col monsone, arriverà il raccolto che deve sfamare oltre un miliardo di persone. Ma anche qui ci sono molti dubbi: infatti se il monsone giungerà in forma attenuata, come sei anni fa, il raccolto potrebbe diminuire del 20 per cento, vale a dire 30 tonnellate di grando in meno. Insomma tutto dipenderà dal clima.
Se la produzione negli ultimi trent'anni è rimasta stazionaria è anche colpa dei governi e delle agenzie internazionali che hanno smesso di promuovere gli investimenti nello sviluppo dell'agricoltura. Se la situazione non cambierà in meglio possimo scordarci i bassi prezzi dell'ultimo trentennio.
I terreni coltivabili rimasti nel mondo sono pochi. Per questo Robert Zoellick, il presidente della World Bank, ha chiesto ai Paesi più colpiti di cominciare un'altra green revolution (dopo quella degli anni Settanta, che raddoppiò il rendimento dei campi in tutto il Terzo mondo), col fine di incrementare significativamente le rese per ettaro coltivato.
